Il Secolo XIX Ultime notizie Ultimo aggiornamento: 16/07/2009 h.17:36

I Signori dell’Universo
che ci hanno messo in ginocchio

09 luglio 2009
  | pierfranco pellizzetti

MASTERS of the Universe, i Signori dell’Universo. Non si chiamavano così alcuni pupazzetti giocattolo della Mattel che negli anni Ottanta ispirarono persino una serie di cartoni animati tipo supereroi? Ma è pure il titolo di cui si fregiarono i potentissimi e arroganti manovratori al vertice della finanza di Wall Street, rivelando – con ciò - la loro sostanziale mentalità “a fumetti”. Tanto per dire, il ceto dominante negli ultimi trent’anni. Di cui già si percepivano gli incredibili deliri d’onnipotenza, che adesso ci hanno trascinati nel bel mezzo di una catastrofe economica mondiale. «Non è il Ventinove: è molto peggio. È il 2009». Questo il motivo conduttore di un singolare volumetto (“La congiura”, Aliberti, 153 pagine, 13,90 euro) che ricostruisce la mentalità di questi Master dall’interno: l’artificio di un manoscritto scritto in prigione da un direttore esecutivo di Lehman Brothers, incarcerato dopo il fallimento dell’istituto. Si firma “agente americano”, ma la quarta di copertina rivela trattarsi di un soggetto collettivo anonimo: un economista, un filosofo e un banchiere. A naso diremmo provenienti dal milieu milanese.

La sua tesi - sostanzialmente condivisibile, seppure non particolarmente originale - è che alla base di queste vicende c’era un Piano. Appunto, la Congiura. Il disegno dei Signori del denaro per liberarsi di ogni controllo smantellando l’ordine che faceva da freno all’irresponsabilità e agli andamenti ciclici dell’economia capitalistica. L’equilibrio politico e sociale instaurato negli Stati Uniti degli anni Trenta con il New Deal; in tutto l’Occidente del dopoguerra, grazie ai meccanismi regolativi e occupazionali ispirati dal pensiero di John M. Keynes. Un Piano che ha potuto trionfare anche perché i difensori del vecchio assetto liberal in America, socialdemocratico in Europa, avevano perso completamente spinta ideale e capacità innovativa; l’intima convinzione nei propri principi. E finirono rapidamente per accodarsi. Ma che cosa? A un’accozzaglia di banalità, luoghi comuni privi di fondamento. Chiacchiere di abbienti abbastanza incolti ma di inscalfibile protervia, suffragate opportunisticamente da intellettuali accondiscendenti; bramosi solo di aver accesso alle stanze dorate di ristoranti e alberghi di lusso, ai ricchi finanziamenti destinati a chi assecondava i reggitori della borsa. Tanto gli uni come gli altri, spudorati carrieristi. A partire dal gran capo di quei mâitre à penser - Friedrich Hayek - cui i banchieri svedesi procurarono il Nobel.

Quel mix - denaro, vanità e idee in vendita - che avrebbe determinato uno terribile abbassamento qualitativo delle argomentazioni pubbliche. Con un non trascurabile vantaggio: baggianate facilmente vendibili, proprio perché in linea con il pensiero della gente che non pensa ma – al tempo stesso - pretende di coltivare i propri risentimenti. Sicché «la tassazione è un esproprio» (dalle nostre parti, «mettere le mani nelle tasche dei cittadini»), il salario «una variabile discrezionale» e l’occupazione «un favore» a nullafacenti (il ministro Brunetta preferisce il termine «fannulloni»).

Sciocchezzaio da yuppies e rampantini trasformato da consiglieri compiacenti nel credo dell’epoca. La stella polare di istituzioni nazionali e internazionali asservite; dal Fronte Monetario e il Wto, presidiatori del cosiddetto Washington Consensus, alle varie Banche nazionali impegnate a evitare che la crescita esponenziale della massa monetaria riaccendesse l’inflazione, a fronte del crescente impoverimento dei ceti medi. La dittatura del pensiero avido, velenoso prima ancora che “unico”, è continuata per anni senza trovare contrappesi, anche perché dal 1989 il grande avversario, il comunismo realizzato, si era sciolto come neve al sole, sino a quando non è scivolata sulle bucce di banana che lei stessa aveva sparso sul proprio cammino: le fallimentari guerre medio orientali e le bolle speculative; prima nel mitizzato hi-tech, non di rado scatole vuote, poi nel più tradizionale mattone. Soprattutto i suoi giochi di prestigio finanziari: quelle cartolarizzazioni di debiti fittizi in titoli tossici, mimetizzati nella massa dei titoli sani, che esplose gettando nel baratro buona parte delle istituzioni finanziarie.

A quel punto le masse truffate pretesero giustizia e i politici, che per anni avevano tenuto bordone ai sedicenti Masters of the Universe, imboccarono l’uscita di sicurezza rompendo i precedenti patti leonini, su cui essi stessi avevano costruito carriere di successo. Qualche banca fallì, qualcuno andò in galera, come l’ipotetico autore del nostro libro. E venne fuori l’inconfessabile: il mondo era stato dominato per decenni da vere e proprie mezzecalzette irresponsabili. Che avevano scalato l’universo perché nulla e nessuno si era preso la briga di contrastarli. A riprova che gli spiriti animaleschi del capitalismo vanno tenuti a bada. Ci vuole un deterrente. Con le parole di Karl Kraus, una «costante minaccia sulle teste di coloro che possiedono dei beni e, per preservarli, vorrebbero spedire tutti gli altri a combattere sui fronti della fame e dell’onore patrio».


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