AVREBBE voluto chiamare il suo ultimo libro, finalista al Premio Strega, “L’ultima madre”, ma poi le strategie editoriali hanno fatto propendere per “Accabadora” (Einaudi, 164 pagine, 18 euro), puntando tutto sulla leggendaria figura della tradizione sarda, la donna incaricata di porre fine all’agonia del moribondo sollevandolo da una sofferenza non più sopportabile, al centro negli ultimi anni di rinnovata attenzione e interesse che si è tradotta anche in un film, diretto dal regista sassarese Michele Sechi. Positivi giudizi critici e soprattutto il consenso dei lettori, che hanno innescato l’effetto passaparola, hanno portato il romanzo di Michela Murgia, originaria di Cabras (Oristano), classe 1972, a collezionare sei edizioni in meno di tre mesi dall’uscita. L’autrice sarà questa sera (ore 21) alla Loggia di piazza Banchi a Genova per presentare il suo libro nell’ambito della Festa democratica.
Protagoniste della narrazione, ambientata nell’immaginario paese di Soreni, Sardegna anni Cinquanta, sono due donne, una vecchia e una bambina. La prima, la sarta Bonaria Urrai, “adotta” la seconda, Maria Listru, secondo una consuetudine diffusa nel Campidanese, facendola diventare fill’e anima, figlia d’anima. La stessa autrice Michela Murgia è fill’e anima, anche se nel suo libro non c’è autobiografia, tanto che ha scelto di narrare la storia dal punto di vista della madre e adottiva non da quello della figlia. «È un rapporto» spiega «non assimilabile all’affido legale: è stabilito sulla parola, tra famiglie che si frequentano, che hanno relazioni affettive, non necessariamente una delle due deve essere povera per fare questa scelta. Non è un caso di sottrazione, in cui la famiglia d’origine perde il figlio, ma di addizione, anche se poi obblighi e diritti sono in capo alla famiglia adottiva. Ho studiato i testamenti di queste persone, persone semplici, che lasciavano i beni ai figli adottivi, pieni di considerazioni affettive, provando un’emozione molto forte. Si potrebbe parlare di genitorialità multipla». Per dirla con Bonaria Urrai, “non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada”.
Come Maria avrà modo di scoprire, le assenze notturne di Bonaria, che lascia la casa avvolta nel suo scialle nero, sono legate al compito pietoso che svolge. L’accabadora è una figura leggendaria fino a prova contraria, dice Michela Murgia, non ha fondamento, ma anche se «diecimila leggende non fanno la Storia», il fatto che sia protagonista di narrazioni la rende comunque “esistente” e sicuramente suggestiva, legata a un mondo in cui nascere, sposarsi, morire rientravano in riti collettivi - «La comunità è il terzo personaggio del libro», dice - e ben poco era lasciato alla sfera individuale e personale, «contrariamente a oggi, in cui tutto è privato». L’accabadora è per la scrittrice una delle possibili sfumature della maternità, il tema che ha voluto mettere al centro del suo libro: per chi la vede comparire al proprio capezzale, Bonaria Urrai si trasforma nell’“l’ultima madre”.
plebe@ilsecoloxix.it
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