Lo spiega bene John Lennon nei versi di “Mother”, celebre canzone da solista: “Tu mi hai avuto, ma io non ti ho mai avuta, io ti volevo, tu non mi volevi”. E nel finale canta: “Madre non andare, papà torna a casa”, con urla disperate che spiegano meglio di qualsiasi parola la sofferenza patita per l’abbandono dei genitori. È questo il dramma sul quale punta “Nowhere Boy”, debutto cinematografico della regista inglese Sam Taylor-Wood, 42 anni, che ieri ha concluso il London Film Festival.
È la storia del giovane Lennon, cresciuto come un figlio dalla zia Mimi dopo essere stato abbandonato dalla madre Julia all’età di cinque anni. La Taylor-Wood mostra il futuro Beatle a quindici anni, quando torna con la madre per perderla poco dopo, definitivamente, a causa di un tragico incidente. La novità però è un’altra: invece del solito film biografico, con episodi prevedibili in ordine cronologico, la regista si concentra sugli anni da teenager che più segnarono il destino di Lennon, come artista e come uomo. «Sono diversi i motivi per cui questo film mi intrigava» dice la Taylor-Wood «credo di aver capito da dove veniva Lennon e per quale motivo fosse sempre così creativo. Anche io ho un passati turbolento, per cui lo sento molto vicino. Le nostre storie si somigliano».
Era stato l’amico e produttore Anthony Minghella a incoraggiare la famosa conceptual artist londinese a girare qualcosa di più lungo del cortometraggio “Love You More”, che gli ha meritato applausi e considerazione al Festival di Cannes. E forse non è un caso che sia stata proprio una donna a raccontare il dramma familiare di Lennon, con un’esistenza sempre dominata da forti presenze femminili. Per prima Mary Stanley, conosciuta a tutti come zia Mimi e interpretata da Kristin Scott Thomas: una donna rigida all’apparenza, che per Lennon sognava un lavoro rispettabile, in linea con l’educazione middle-class con cui l’aveva cresciuto. Poi Julia, la madre irresponsabile e giocherellona dalla quale John avrebbe ereditato un tagliente senso dell’umorismo e imparato a suonare il banjo. La scena in cui Julia porta il figlio al cinema a vedere un filmato su Elvis Presley spiega più di qualsiasi biografia sull’artista. Anche in Yoko Ono, sette anni più grande di Lennon, l’ex Beatle avrebbe cercato l’amore materno negato, mentre canzoni come “Woman is the Nigger of the World” e “Woman” sono dedicati alla dignità e alla forza femminile. Per mostrare il distacco dal padre, un marinaio sotto le armi durante la Seconda guerra mondiale, la regista ricorre all’unico flashback, quando a John, bambino di cinque anni, viene chiesto di scegliere se vivere con la madre o il padre, prima di finire con la zia Mimi.
Ed è solo quando il compagno di Mimi, George Smith, muore improvvisamente che Lennon trova il coraggio di riavvicinarsi alla madre. La Taylor-Wood racconta bene questo strano triangolo familiare e come lo spirito libero di Julia influenzi per sempre il figlio. Gettandolo fra le braccia del rock’n’roll più ribelle. Dal suo canto, è proprio zia Mimi, la madre seria, a comprargli la prima chitarra. “Nowhere Boy”, più che indagare sui motivi che portano Lennon a essere una delle rockstar più popolari della terra, si concentra sul lato emotivo del personaggio, mettendolo del tutto a nudo. Entrando nell’intimità di Lennon, la regista spiega il mondo surreale in cui l’artista amava rifugiarsi, quasi palpabile nei suoi versi più maturi.
«Ho capito che il mondo immaginario nella mia testa non è una follia, surrealismo per me significa realtà» dichiarava Lennon a popolarità raggiunta. La regista mostra l’incontro con Paul McCartney, impersonato da Thomas Sangster, l’attore bambino di “Love Actually”, ma non è molto interessata. La dinamica del rapporto fra i due adolescenti non è mai il punto forte del film. La Taylor-Wood non mostra il quotidiano scapicollarsi con la bicicletta e chitarra sulle spalle dal 251 di Menlove Avenue, casa di Mimi, al 40 di Forthlin road, casa McCartney. Per i beatlesiani più attenti le curiosità non mancheranno: come il fotografo, nascosto tra il pubblico, che scatta l’unica foto oggi conosciuta della prima esibizione dal vivo di Lennon, quando il suo gruppo si chiamava ancora The Quarryman.
Oppure gli occhiali da vista alla Buddy Holly che Lennon toglieva non appena si congedava da Mimi, preferendo girare cieco come una talpa pur di non guastare il proprio look. Protagonista è anche la Liverpool del 1955, riproposta come la città industriale, grigia ma pulita, di allora. Quel porto in cui Lennon si addormenta ubriaco, dopo una furibonda e rivelatoria lite con madre e zia, è il posto più vicino all’America di tutta l’Europa. Infatti non è un caso nemmeno che il fenomeno Beatles sia nato a Liverpool: la scena in cui Lennon scambia un 45 giri jazz con uno di Screamin’ Jay Hawkins appena approdato dall’altro lato dell’oceano, la dice lunga.
Più bizzarra la scelta del protagonista, Aaron Johnson: se è vero che alimenta bene il carisma magnetico del Lennon ragazzo, poi esagera con due intensi occhi azzurri, Lennon li aveva marroni, e muscoli lontani anni luce dall’esile corporatura del futuro Beatle. La voce è ancora più lontana nel ricordare l’originale, ma il produttore afferma: «Se l’è cavata bene, Yoko Ono ha visto il film e ha apprezzato molto le sue performance».
chiara_meattelli@yahoo.co.uk
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