Il Secolo XIX Ultime notizie Ultimo aggiornamento: 16/07/2009 h.17:36

Il Nobel che odiava gli ebrei

21 novembre 2009
  | giuliana manganelli

THOMAS Stearns Eliot, americano “pentito” di Saint Louis - ma pur sempre di aristocratiche origini inglesi - nel 1914, poco più che ragazzo, lasciò le acque limacciose del Mississippi per purificare lingua e cultura in quelle assai più nobili e classiche del Tamigi, non prima di avere frequentato Harvard e la Sorbona. Il lavacro in quel di Oxford fu così potente che nel 1927 divenne suddito britannico, si fece battezzare nella chiesa anglicana e poté definirsi “classicista in letteratura, monarchico in politica, anglo-cattolico in religione”. In altre parole, sempre sue, un “reazionario ultraconservatore”.

Il suo antisemitismo “familiare”, in parte espunto nel primo volume di lettere pubblicato nel 1988, come anche il pregiudizio razziale verso i neri condiviso con Pound, rientra ora dalla finestra con dichiarazioni non commendevoli di Eliot verso gli editori ebrei e di appoggio al fascismo come si apprende dal secondo volume delle lettere appena pubblicato. Nel 1923, per esempio, scrive una nota al direttore del Daily Mail, il cui proprietario è marito dell’editrice della sua elitaria rivista letteraria “Criterion”, congratulandosi per il sostegno alla rivoluzione fascista in Italia.

Antidemocratico convinto, scrive: “Nulla potrebbe essere più salutare in questo momento”. Nella stessa lettera trova il modo di lodare il giornale favorevole all’impiccagione di Edith Thompson, accusata dell’omicidio del marito, e critica il “flaccido sentimentalismo” di chi avrebbe voluto salvarla. Materiale più che sufficiente per rinfocolare il dibattito che già nel 1995 aveva sollevato il libro di Anthony Julius “T. S. Eliot: Anti-Semitism and Literary Form”.

L’epistolario è forse l’evento letterario più importante di quest’anno in cui il premio Nobel per la letteratura del 1948 per “Four Quartets”, poeta oggettivamente arduo e denso, in un sondaggio della Bbc è risultato il poeta più amato dagli inglesi. Se al secondo posto non ci fosse il metafisico John Donne potrebbe nascere il sospetto che l’attuale popolarità da star di Eliot sia dovuta non tanto, e non solo, al valore della sua poesia, quanto al ricordo di “Cats”, il musical di Webber basato sulle lettere in versi che Eliot dedicò ai suoi figliocci e che nel 1939 raccolse nel volumetto “The Old Possum’s Book of Practical Cats”.

Sicuramente il musical del 1981 ha contribuito a far conoscere Eliot al vasto pubblico e in qualche modo ha forzato il riserbo di Valerie Fletcher Eliot, prima sua segretaria dall’editore Faber e poi seconda moglie, che ha fornito al regista Trevor Nunn materiale inedito. Dalla morte del marito, avvenuta nel 1965, Valerie, che allora aveva solo 38 anni, è la custode del patrimonio letterario del poeta e drammaturgo e non ha mai voluto rilasciare interviste né permettere la consultazione delle carte di Eliot.

L’unica concessione che Valerie ha fatto al mondo accademico avvenne nel 1988, centenario della nascita del poeta quando, disobbedendo alle ultime volontà del marito che aveva già bruciato la corrispondenza con i genitori, forse in considerazione dell’antisemitismo che ne emergeva, curò la pubblicazione del primo volume delle lettere che copre gli anni dal 1898 al 1922, anno di “The Waste Land”. Una miniera di notizie per gli studiosi, una sorta di biografia laterale, in mancanza di quella autorizzata che Eliot non volle mai in vita, che consentì alla critica di approfondire la genesi, tra le altre opere, di “The Love Song of Alfred Prufrock”, il soliloquio dantesco-esistenziale pubblicato nel 1917. Data la monumentalità della corrispondenza, Valerie aveva promesso il secondo volume per l’anno successivo.

Ci sono invece voluti 21 anni, ma finalmente “The Letters of TS Eliot: vol 2 1923-1925” (Faber, 912 pagine, 35 sterline) è ora uscito a cura di Valerie Eliot e Hugh Haughton. Se c’è poco materiale per fornire inediti spunti alla critica letteraria, molte invece sono le informazioni per conoscere meglio l’uomo Eliot. “Da tre anni”, confessa il poeta “non scrivo praticamente niente e non vedo all’orizzonte nessuna probabilità immediata di scrivere. Scrivere poesia richiede tempo e io non ne ho mai”.

Sono gli anni disperati della malattia mentale di Vivien Haigh-Wood, la prima moglie che aveva sposato nel 1915, e l’inizio della loro crisi. Tom, che sinceramente si sente responsabile dell’instabilità di Viv, si aggira per Londra lui stesso fuori di testa e con il viso cadaverico per la cipria verdina e il rossetto che si dà per accentuare teatralmente la miseria della sua esistenza. Le sue preoccupazioni sono legate al problema economico e all’impegno soverchiante del lavoro di funzionario alla Lloyd’s Bank che lo costringe a sacrificare le ore della notte per pubblicare “The Criterion”. È alla ricerca di collaboratori di prestigio e tiene alla larga quelli sgraditi. “Sono in una crisi terrificante” scrive a John Quinn, amico e sostenitore di Eliot, Yeats, Joyce e Pound. “Quanto vorrei non avere mai incominciato il Criterion. È una responsabilità sempre più impegnativa. Per me è stata una spesa cospicua e non mi rende il becco di un quattrino. Non ci sono mai abbastanza soldi per portarla avanti e pagare anche il mio lavoro. Credo che il lavoro e la preoccupazione mi abbiano tolto 10 anni di vita”.

Ma soprattutto è impegnato a colloquiare con medici e psichiatri per Viv e a mantenere buone relazioni con il beau monde letterario, tirandosi dietro la fama, forse ingiusta, di arrampicatore sociale. Se da una parte è orgoglioso del prestigio che gli procura “La terra desolata”, nel contempo si lamenta del fatto che “praticamente uno si crocifigge e poi va a far salotto di qui e di là” e il 14 agosto 1923 scrive a Ford Madox Ford: “Credo che ci siano una trentina di buoni versi in “The Waste Land”, riesci a scovarli? Il resto è effimero”. Tra i suoi corrispondenti ci sono Wyndham Lewis, Virginia Woolf, Ezra Pound, che visita a Rapallo a ridosso del Natale 1925 in fuga dalle nebbie di Londra e dalle angosce coniugali. Compare spesso l’amico di entrambi gli Eliot “Bertie” Bertrand Russell con cui Viv ebbe una relazione, il critico John Middleton Murry, marito di Katherine Mansfield, cui confida di essere incerto se uccidere la moglie o se stesso per la disperazione. Nonostante le frequentazioni e il debito di riconoscenza di Eliot verso Virginia Woolf non mancano i piccoli sgarbi reciproci. Virginia riteneva che Vivien fosse “una matassa di nastrini stretta attorno al collo di Tom”, Tom ricambia con un biglietto in cui ringrazia la scrittrice per i tappi di cera che ha donato alla moglie e che l’hanno fatta dormire bene per la prima volta in quattro anni.

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