Il Secolo XIX Ultime notizie Ultimo aggiornamento: 09/02/2010 h.14:56

La Facoltà è affare di famiglia

16 novembre 2008
  | Marco Menduni

C’è Lorenzo Moretta, c’è il fratello Alessandro, c’è la moglie Cristina Mingari, la cognata Cristina Bottino. Tutti e quattro ordinari a Medicina, tutti e quattro nel dipartimento di medicina sperimentale, il Dimes. Va da sé che il merito non è in discussione, se persino la prestigiosa rivista Nature colloca i due fratelli-studiosi genovesi tra i venti scienziati più citati nel mondo. Però, professor Lorenzo, in un periodo in cui si parla delle “dinastie” negli Atenei, non pensa che un poker di questo genere possa lasciar perplesso chi lo osserva? Moretta sorride: «Vuol dire che sarei un barone, proprio io che invece sono sempre stato un cane sciolto? Adesso le racconto un po’ di cose che non si sanno».

Il professor Lorenzo Moretta si sfoga: «Scusatemi, ma a questo gioco non ci sto. E lo dice uno che le baronìe le ha vissute davvero, ma dall’altra parte. Io ho perso due concorsi che avrei dovuto vincere in carrozza. Una volta i colleghi sono venuti a dirmi che si vergognavano di aver vinto al mio posto. Solo perché sono sempre stato un cane sciolto, non legato ad alcun gruppo di potere». Quindi lei sa quanto il problema esiste veramente. Ma in questo caso? «Io e mio fratello siamo scienziati conosciuti in tutto il mondo, veniamo chiamati ai convegni in maniera indipendente l’uno dall’altro, oltre a tutto ci occupiamo di argomenti diversi, pur essendo nello stesso dipartimento. E mia figlia è andata a studiare fuori, proprio per non alimentare alcun genere di sospetto e di malalingua». Così il professor Moretta insiste: «Noi dedichiamo tutto il nostro tempo al lavoro. Sposiamo delle colleghe? Credo sia quasi naturale. Ma il discorso vero, che tutti dovrebbero fare, è un altro: queste persone meritano davvero il posto che occupano? Sono delle ottime professioniste o meno? Ecco, questi sono gli interrogativi corretti. Il discorso sulle parentele rischia davvero di essere fuorviante».

Scorrendo gli elenchi dei prof, tra Giurisprudenza ed Economia, la ricorrenza di cognomi identici, e ben conosciuti, sfiora l’affollamento. L’accoppiamento padre-figlio è ricorrente. Ma, volendo accogliere il suggerimento del professor Moretta e non discutendo del merito, una domanda va comunque posta. È così importante, nell’ambiente accademico, essere “figlio di”? Dà davvero una marcia in più? Vittorno Afferni, ordinario di di diritto commerciale a Giurisprudenza, risponde così: «Certo che se io avessi aiutato mio figlio Giorgio, sarei davvero una maglia nera. Lui è stato allievo del professor Vincenzo Roppo, oggi ha un incarico a Scienze della Formazione, dove insegna Diritto privato europeo e l’unica cosa che so di lui è che lavora moltissimo per l’Università. Non ha mai fatto la professione e sarebbe anche l’ora che iniziasse a dedicarsi, visto che è quella che può dare qualche remunerazione, e non l’Università in questa forma».

Il Secolo XIX ha poi sentito Lorenzo Acquarone, avvocato, docente emerito, parlamentare prima della Dc e poi del Ppi, uno dei costituenti della Margherita. «Vuole un aneddoto? Un giorno, ad un esame, il professore chiese a mio figlio Giovanni se era mio parente. Lui rispose: no, è solo uno spiacevole caso di omonimia. Il collega si arrabbiò pure e mi telefonò risentito. Ma questa è la dimostrazione che mio figlio ha sempre voluto fare tutto da solo. D’altronde, all’epoca dei suoi concorsi, mi sono interessato ben poco della sua carriera, perché ero impegnato come senatore. Lui è stato a Genova, poi a Lecce, poi di nuovo a Genova, poi a Bologna. E oggi mi dice: papà, se qualcuno afferma che non me lo sono meritato, gli faccio arrivare un camioncino sotto casa con tutte le mie pubblicazioni». Ma essere “figlio di” è comunque un vantaggio? «Io so che l’unica telefonata, l’unica che ho ricevuto da un collega nella mia vita, era di questo tenore: i titoli di Giovanni sono più che sufficienti, ma visto che è tuo figlio, dovrà fare una pubblicazione in più. Questo per dire: a volte è persino un danno, o almeno un aggravio di lavoro per fugare ogni sospetto e far tacere ogni malalingua. Ma quel che taglia la testa al toro è la stima che i decenti hanno in Facoltà e tra gli studenti, al di là della parentela».

S’infervora un altro professore-avvocato, Andrea D’Angelo. La sua è una risposta appassionata: «E mi scuso - dice - se posso apparire emozionato. Ma un’eventuale accusa di favoritismo verso mio figlio mi fa davvero indignare. Sa quanto guadagna Antonino per lavorare quasi a tempo pieno in Ateneo? Praticamente nulla, è un contratto retribuito in maniera simbolica, cinquanta euro l’anno. E io credo che mio figlio in questo momento stia quasi maledicendo la sua grandissima passione per l’Università, l’ha portato anche a trascurare la professione, che potrebbe dargli ben altre soddisfazioni dal punto di vista economico. Ma chi ama l’insegnamento è fatto così, non bada al mero tornaconto». Anche perché alle spalle ha magari una famiglia solida... «Certo, lo ammetto. Ancora oggi c’è chi non può permettersi certe scelte. Ed è un’ingiustizia che va colmata».

Giuseppe Pericu, ex sindaco di Genova, non dribbla la domanda, tutt’altro. «Io non voglio negare quel che è impossibile negare. Dico che non c’è dubbio, all’inizio un vantaggio esiste. Io e mio figlio Andrea abbiamo fatto due strade diverse e siamo anche in due Facoltà diverse. Ma come si fa a negare che l’ambiente, in qualche modo, aiuta?».

Pericu spiega meglio il suo pensiero: «Aiuta nel senso che sicuramente aumenta le opportunità. Già da piccoli si “respira” una certa aria in famiglia, si conoscono meglio i meccanismi accademici, si conoscono già delle persone. Ma il merito è tutt’altra cosa, quello si misura sul campo e non c’è alcuna raccomandazione che possa trasformare una persona impreparata in un genio».

Essere “figlio di” è quindi un privilegio. «Diciamo che nel sistema che funziona non è un elemento fondamentale, diciamo che concede solo un po’ di vantaggio. Ma per un altro studente preparato, che non abbia alle spalle parentele autorevoli, questo non dovrebbe rappresentare un handicap insuperabile. Certo, parlo di sistema che funziona e qui a Genova penso funzioni. Non così, evidentemente, da qualche altra parte». Ma la sua personale esperienza... «Io so che vengo chiamato spesso per partecipare alle commissioni di concorso. E le potrei giurare che mai, nella mia valutazione, ha pesato la parentela del candidato che avevo davanti».

C’è chi la pensa diversamente. È Giorgio Schiano di Pepe, docente di diritto commerciale a Giurisprudenza. Il suo nome è nel pool degli avvocati dello studio di Vittorio Afferni, così come quello del figlio Lorenzo, ricercatore universitario a Giurisprudenza. «Per me - spiega Giorgio Schiano di pepe - è addirittura un handicap. Io non ho mai fatto assolutamente nulla per mio figlio. Però dico sempre una cosa: nell’Università le omonimie non sono mai casuali. nel senso che è ovvio che i figli, molte volte, vogliano seguire le orme dei padri. Se c’è un vantaggio, lo ammetto, può essere ambientale. Conosci le persone, alcuni ti danno del tu invece che del lei. ma il merito lo si conquista solo sul campo. E nessuno, neanche un genitore, potrà cambiare il destino di un ciuco. Se è un ciuco, rimane tale».

La conclusione? «La mia conclusione è un appello. Cerchiamo di discutere dei problemi veri dell’Università. Il discorso delle parentele può veramente farci incamminare su una brutta china. L’unico vero discrimine è quello del merito. Ci sono dei casi sospetti, anomali, irregolari? Bene, analizziamo e cerchiamo di scoprire quelli. Ma non fissiamoci con le parentele, perché rischiamo di colpire docenti validissimi che, come unica colpa, hanno quella di aver voluto seguire l’esempio dei genitori. Chiediamoci se sono buoni docenti o meno, e non chi siano i loro parenti».


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Commenti inseriti 56 — pagina 1 di 7

28/12/2008 11:53 bruno, varazze.

Complimenti signor Menduni, a quando l'inchiesta sui soldi spesi dalla regione regalati ad amici, associazioni ecc?

24/11/2008 09:38 marcog, genova.

Gentile Sig Meduini,consordo con le Sue risposte,molte delle provocazioni che leggo sembrano costruite ad arte per smontare l'efficacia di inchieste come la presente. Insistete anzi sulla qualità,oltre che sulla quantità,come postavo qualche giorno fa:in tanti paesi che vengono definiti efficienti,buona parte di questa efficienza è dovuta al contributo fattivo di nostri cervelli che qui non hanno trovato spazi,schiacciati anche e soprattutto da situazioni come quella oggetto dell'inchiesta.Noi che siamo planetariamente noti come il Paese del malgoverno,malasanità,malagiustizia e malotutto,forniamo fior di cervelli al mondo,mentre qui vi è una metastasi di nepotismo da "povere vittime del peso di cognomi famosi"...ma fatemi il piacere...Pensiamo seriamente a questo fatto...Nulla è mai davvero un caso.

18/11/2008 15:41 Redazione

Per Mauro Mauri
Risponde Marco Menduni

Noi abbiamo disegnato la situazione qual è. Ognuno può giudicare, chiunque sia stato citato ha avuto immediata possibilità di replica e, noto oggi leggendo le e-mail, qualcuno ha anche ringraziato per aver dato la possibilità di intervenire e di spiegare. certo, non tutti nascono galantuomini.

18/11/2008 15:41 Redazione

Per Mauro Mauri
Risponde Marco Menduni

Noi abbiamo disegnato la situazione qual è. Ognuno può giudicare, chiunque sia stato citato ha avuto immediata possibilità di replica e, noto oggi leggendo le e-mail, qualcuno ha anche ringraziato per aver dato la possibilità di intervenire e di spiegare. certo, non tutti nascono galantuomini.

18/11/2008 15:38 Redazione

Per GABRIELE
Risponde Marco Menduni

C'è una sola differenza. Un'azienda privata ha un editore che sborsa del suo. E non "sistema" parenti, amici, fratelli, figli, mogli e amanti a spese della collettività.


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