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Traffico d’armi, condannati Pellegrino e i Calvini

26 novembre 2009
  | fabio pin

Due anni e 4 mesi di reclusione per Piero Calvini e il figlio Simone, due anni per Roberto Pellegrino. Questo il verdetto pronunciato nel primo pomeriggio di ieri dal giudice Eduardo Bracco, al termine del processo con rito abbreviato che vedeva accusati di traffico d’armi i titolari dell’armeria sanremese di via Roma, e l’impresario di origine calabrese che opera nel settore movimento terra, residente a Bordighera

Due anni e 4 mesi di reclusione per Piero Calvini e il figlio Simone, due anni per Roberto Pellegrino. Questo il verdetto pronunciato nel primo pomeriggio di ieri dal giudice Eduardo Bracco, al termine del processo con rito abbreviato che vedeva accusati di traffico d’armi i titolari dell’armeria sanremese di via Roma, e l’impresario di origine calabrese che opera nel settore movimento terra, residente a Bordighera. Due settimane fa il pubblico ministero Roberto Cavallone (l’inchiesta era stata coordinata dal pm Francesco Pescetto, prematuramente scomparso lo scorso ottobre, ndr) aveva concluso la sua requisitoria chiedendo quattro anni di carcere per ciascuno dei tre imputati. Data lettura delle sentenza, il giudice ha inoltre ordinato la scarcerazione di Pellegrino - detenuto all’Armea dallo scorso marzo - e disposto gli arresti domiciliari. Liberi, invece, i due Calvini.

Il processo si era aperto lo scorso 10 novembre con l’audizione dell’ispettore di polizia Tiberi, il sottufficiale che la sera del 24 marzo faceva parte della pattuglia che fermò Simone Calvini, trovando nel bagagliaio della sua auto una pistola e una carabina. La testimonianza, disposta dal giudice, era volta a stabilire con maggiore precisione il luogo dove era stato operato il controllo. Tiberi aveva confermato che Calvini era stato fermato sull’Aurelia, a Bordighera, «mentre si apprestava a svoltare per strada Monte Nero». L’ispettore aveva precisato che nell’occasione erano state disposte dalla squadra mobile di Imperia precise disposizioni sulle modalità dell’iniziativa, nel senso che la pattuglia avrebbe dovuto simulare un «controllo di routine» allo scopo di non far insospettire Simone Calvini circa l’attività di indagine avviata a suo carico.

Il dettaglio cui Tiberi era stato chiamato a confermare evidentemente ha avuto un peso non indifferente nella ricostruzione della vicenda e quindi sul quadro probatorio: l’accusa sosteneva infatti che Simone Calvini fosse diretto a casa di Pellegrino, appunto in strada Monte Nero.

La difesa ha invece fornito un’altra versione, ovvero che Simone avesse un’altra meta e che le armi, anche se accompagnate da una documentazione lacunosa, fossero destinate a un altro cliente: Hugo Gabriel Marsero, anche lui coinvolto nell’inchiesta, ma la cui posizione è stata stralciata. «Marsero le aveva acquistate falsificando una serie di certificati e affermando di essere residente in Francia, quando invece lo è in Italia. I titolari dell’armeria erano in buona fede. Ecco perchè - ha detto l’avvocato Alessandro Mager nella sua arringa - ritengo che Piero Calvini vada assolto dall’accusa di traffico d’armi. Può essergli contestata solo una violazione al Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, punibile con una semplice sanzione amministrativa».

Bruno Di Giovanni, che insieme al collega Marco Bosio difendeva Pellegrino, ha sostenuto che «questo è un processo indiziario» e che «non c’è prova che la pistola e la carabina fossero destinate al mio assistito». Al termine degli interventi, il pm Cavallone - che si era riservato di modificare la sua requisitoria alla luce dell’audizione del teste - ha confermato le richieste di pena per complessivi 12 anni di reclusione. Ieri, nel corso dell’ultima udienza, la parola è passata agli avvocati Bosio e Fabrizio Spigarelli, che hanno chiesto l’assoluzione dei loro assistiti: «Roberto Pellegrino non ha alcuna responsabilità in questa vicenda, è innocente e va prosciolto con formula piena». Intorno a mezzogiorno il giudice Bracco si è ritirato in camera di consiglio per uscirne due ore dopo con il verdetto.

Scontata l’impugnazione in appello della sentenza di condanna. «Restiamo in attesa delle motivazioni, poi inizieremo a studiare i ricorsi».


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