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| Don De Lillo è nato a New York |
«L’11 settembre ha cambiato la vita di tutti», un evento traumatico di grande impatto mediatico, dopo quella data niente è stato più come prima. Don DeLillo, 72 anni, a novembre, scrittore americano cult, ha dedicato quattro anni alla stesura del suo ultimo romanzo “L’uomo che cade” (Einaudi, 260 pagine, 17.50 euro). Racconta le vicende di alcuni cittadini newyorkesi durante il periodo turbolento e drammatico del post 11 settembre. DeLillo è giunto a Torino per ritirare il Premio internazionale “Una vita per la letteratura” che gli è stato attribuito dalla giuria del Grinzane Cavour.
Don DeLillo ha un’espressione seria e compunta, ogni tanto accenna un breve sorriso, ma subito se ne dimentica: «Ho parlato delle Torri Gemelle in quattro romanzi, tutti pubblicati prima del 2001, non perché sono un profeta e sapevo che sarebbero crollate, ma perché erano una presenza destabilizzante. New York era sovrastata da questi simboli del potere economico. Dopo qualche decennio, ci stavamo abituando alla loro presenza, a non percepirle più così incombenti. E, proprio in quel momento, sono crollate». Subito dopo, lo scrittore ha iniziato a documentarsi sull’accaduto: «Sono passati due anni perché avessi un’immagine visiva forte che mi portasse a cominciare questo libro». Non è facile scrivere qualcosa su un evento tragico che ha fatto il giro del mondo, nello stesso momento in cui stava accadendo. Già nel 1993 era scoppiata una bomba all’interno di una delle due torri, «ma nessuno allora si era chiesto cosa succederà adesso, dopo l’11 settembre se lo sono chiesto tutti». Un episodio terribile che ci ha fatto precipitare nel futuro.
Dopo il crollo delle Torri l’amministrazione Bush ha dovuto trovare un nemico concreto, che si potesse identificare in un Paese con tanto di confini, popolazione ed esercito: «La scelta è caduta sull’Iraq, era più rassicurante che avere a che fare con una rete clandestina e fluttuante di terroristi nascosti chissà dove. Inoltre, alcune persone al governo sentivano nostalgia del clima della Guerra fredda e hanno dovuto trovare un surrogato». I cittadini americani non hanno reagito contro la guerra in Iraq come invece è successo per quella del Vietnam: «È dovuto all’11 settembre. La gente ha vissuto questa guerra come una risposta a quell’attentato».
Ora la sua espressione si è incupita di nuovo, ma subito riacquista freschezza. Guardiamo al futuro, ci sono somiglianze tra l’ascesa di John Kennedy e Barack Obama: «È una grande cosa che ci sia un candidato nero. E comunque vada è stato positivo per la società americana nel suo complesso. Gli statunitensi negli ultimi cinque anni hanno perso fiducia nel loro governo, ma sono un popolo in grado di cambiare velocemente. Ecco perché queste elezioni di novembre sono particolarmente importanti».
Tra i suoi romanzi, “Rumore Bianco”, “Cane che corre”, “Giocatori”, “Underworld”, “Body Art”. I primi lavori parlano della comunità italo-americana del Bronx dove è cresciuto: «In qualche modo ho seguito il percorso dei miei genitori. Loro sono immigrati da Montagano, in provincia di Campobasso, sono partiti da una società ristretta per approdare ad una grande metropoli, piena di opportunità. Come scrittore ho seguito le loro orme. Ho cominciato descrivendo il piccolo microcosmo dove sono cresciuto per allontanarmene e pensare in termini più ampi».
Si definisce scrittore americano e non italo-americano: «Ho smesso presto di descrivere quel mondo a me vicino. I miei punti di riferimento sono diventati Faulkner, Hemingway, Norman Mailer. Poi sono tornato a riflettere sulla mie radici e quell’ambiente ha un ruolo importante in “Underworld”. Dell’Italia amo soprattutto il cibo e il cinema. Sono innamorato di Monica Vitti».
Il suo imprinting cattolico è stato forte: «Sono affascinato dal rituale e dalla liturgia. Le messe solenni, soprattutto funebri, hanno un certo effetto su di me. Però no, ora non posso considerarmi cattolico».
Il procedere narrativo di DeLillo è lento, meditativo, non si legge tutto d’un fiato, lui stesso procede con tempi lunghi quando produce le sue storie: «Sono stato fortunato. Scrivo con lentezza fin dagli inizi, però sono riuscito lo stesso ad affermarmi. Da giovane vivevo con quattro soldi, come gli scrittori e gli artisti a Parigi negli anni Venti. Sono riuscito a sopravvivere alla mia stessa lentezza». Cammina con calma, sembra non aver mai fretta, che non debba andare da nessuna parte: «Credo di essere uno scrittore di frasi. Il mio desiderio è scrivere frasi interessanti, concentrare sentimenti profondi in una dozzina di parole. Capita in modo misterioso che alcuni aspetti di una vita trovino casa nelle mie frasi. La creazione di un romanzo è inspiegabile, non so da dove vengano fuori le idee. Ad un certo punto si crea una struttura che ha una sua profondità e una sua carica. Invecchiando si diventa uno scrittore migliore, ma invecchiando ancora si peggiora. Il trucco è morire tra la prima e la seconda fase».
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