Il Secolo XIX Ultime notizie Ultimo aggiornamento: 09/02/2010 h.23:17

Venezia & Valentino

29 agosto 2008
  | RENATO TORTAROLO

Venezia. L’arte è crudele come nel film “Achille e la tartaruga” di Takeshi Kitano o salvifica e gioiosa come in “Valentino – The Last Emperor” di Matt Tyrnauer? Se il successo sia determinante nella storia degli uomini è un dilemma classico sul quale si sono misurati sia la religione che la morale. Ma ieri il documentario sullo stilista e sul partner Giancarlo Giammetti, ha aperto una pagina nuova sul rapporto fra il mondo della moda, inteso come futile e amorale, e l’arte pura fusa con un senso del lavoro quasi calvinista. «Qui si devono inginocchiare tutti» dice Valentino, esasperato dalla macchina da presa poco prima di una sfilata. Non per sé, ma per l’abnegazione del suo staff lo stilista chiede rispetto. E in questo senso, a parte il tributo di una standing ovation al Lido, con la folla commossa, e l’apoteosi in serata con la première mondiale alla Fenice e il party al Guggenheim Museum, firmato da Franca Sozzani di Vogue Italia e Luca Dini di Vanity Fair, tutto il documentario procede come un vascello che deve doppiare i promontori più flagellati. C’è un senso di immanenza tragica, insieme a battute e sequenze spassose alla Billy Wilder, nel registrare il tramonto di un’epoca, quella dell’alta moda e dei grandi couturier come Valentino.

All’amico Karl Lagerfeld che, all’inaugurazione della grande retrospettiva all’Ara Pacis, gli chiede come si senta davanti a tanto splendore, lo stilista risponde sincero: «È il duro lavoro di 45 anni». E Giammetti, l’altra metà di questo sortilegio di amicizia e passione, spiega: «Valentino non ama esporsi, non gli piace parlare delle sue paure o delle sue debolezze». Eppure “The Last Emperor” è un miracolo di verità, strappate alla becera consuetudine dei “si dice”: c’è una scena in cui la responsabile della sartoria Antonietta De Angelis, «con un talento alla Joan Crawford» giura Tyrnauer, prende un abito preziosissimo e, marciando per i corridoi del palazzo romano, sede della griffe, furente come in una tragedia di Shakespeare va a cercare la verità dal maestro.

Presentato come evento alla sezione Orizzonti, il documentario ieri si è trovato a bilanciare un tema opposto, il deterrente che ha sulle persone comuni la mancanza di denaro e successo. Nel primo caso va segnalato “Jerichow” di Christian Petzold, in concorso, dove la motivazione al delitto è scatenata dalla passione, ricambiata, fra un ex militare per la moglie di un piccolo commerciante turco: «Vivo in un paese che non mi vuole e con una moglie che ho comprato…».

Più radicale la tesi del giapponese Kitano, a sua volta in concorso, che descrive la parabola sciagurata di un bambino con il nocciolo della pittura, sprofondato nella solitudine e nella miseria morale di diventare orfano, che nemmeno da adulto riuscirà a diventare un artista. Ma, al contrario, nel nome di un mercato dell’arte che lo beffa, disintegrerà la sua famiglia.

Davanti a queste due parabole, “The Last Emperor” riconferma due verità sacrosante. La prima è che qualsiasi espressione di bellezza deve fare i conti con il proprio tempo: nel caso di Valentino la vendita della società, la convivenza con un giovane industriale come Matteo Marzotto, al quale il film riserva appunto il ruolo del nuovo che avanza e travolge, l’ineluttabile confronto con un’età dell’oro dello stile che sopravvive solo nella volontà di pochi couturier e nelle mani delle sarte sconosciute. Nel finale, in sintonia ancora una volta drammatica con le cronologia dei fatti, tutti usciranno di scena e il controllo della Valentino andrà al fondo Permira proprio un attimo cinematografico dopo l’apoteosi romana per le celebrazioni dei 45 anni di Valentino. La seconda verità è che gli uomini, alla fine, sono sempre più forti delle avversità. Valentino e Giammetti concedono alle cineprese di Tyrnauer, bravissimo e che solo ora ammette «ho rischiato parecchio, ma mi è andata bene», una serie di battute e di risvolti personali, come quando discutono sulla sabbia di una scenografia o sui ricami che mancano a un vestito, che li rende più simpatici e umani di quanto abbia mai fatto lo stardom che li circondava. «Avevo più buon senso di lui negli affari» dice Giammetti «ecco perché ci siamo messi insieme».

Valentino si commuove spesso, almeno quanto si infuria, sempre senza perdere l’aplomb e lo stile e con risultati spassosi che, appunto, rimandano alle commedie di Billy Wilder: «Sono una persona sensibile, forse troppo, e l’unico rimorso che ho è non essere stato abbastanza risoluto quando sarebbe stato necessario. Quando ho venduto la società e mi sono messo a piangere davanti alle telecamere, ho ricevuto una telefonata di Gianni Agnelli: “Sei stato fantastico”. Io invece mi ero sentito ridicolo».

Più che il glamour, irresistibile la cena nella villa parigina con Elton John, Liz Hurley, Gwyneth Paltrow e Michael Caine che dice a Joan Collins: «Io la conosco, l’ho già vista in fotografia», “The Last Emperor” vive della intrepida concretezza della moda: «Che oggi viene svilita illudendosi di creare stilisti e imperi in due minuti, impiegandone altrettanti per distruggere tutto» dice Giammetti. Ma è anche un lungo addio a un tempo che il cinema ha reso immortale e Valentino, da par suo, ha celebrato sino all’ultimo giorno: «La bellezza non è solo fisica, ma è fatta di movimenti: io ero felice quando vestivo donne meno belle ma con grazia soave nell’indossare. L’unica consolazione è che oggi si può essere carine, a patto di non strafare mai, se solo ci si mette un po’ di savoir faire».

tortarolo@ilsecoloxix.it


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