BOSCO MARENGO (ALESSANDRIA). Nella piazza principale del paese la statua di Papa Pio V - il concittadino più illustre - ha un braccio alzato per benedire tutti. E cinque secoli dopo forse ce n’è bisogno, in quest’angolo di Piemonte punteggiato di campi e cascine e fabbriche. Perché Bosco Marengo, 2500 anime a sessanta chilometri scarsi da Genova, ha rischiato d’essere il granello di sabbia che inceppa lo smaltimento delle scorie nucleari in Italia, e il successivo rilancio delle centrali.
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| Angela Lamborizio, sindaco di Bosco Marengo (fotoservizio Astrid Fornetti) |
Quel posto non è mai stato individuato. E con la necessità di liberarsi dei materiali esausti e ormai inutilizzabili, per poter ragionare sulla nascita delle nuove centrali, si è cercata una specie di scorciatoia. Ovvero: non più una Grande discarica, ma tante e «temporanee» in corrispondenza dei vecchi siti nucleari (centrali o punti di stoccaggio), in attesa di trovare quel singolo buco che forse non comparirà mai. Si doveva cominciare proprio da Bosco Marengo, centro piccolo, un «caso pilota». Ed ecco che bocciata dai magistrati l’opzione Bosco, rischiava di prodursi un effetto domino: negli altri luoghi destinati a ospitare le scorie, i giudici potrebbero infatti dire no contando sul precedente creato in provincia di Alessandria. E senza una pista precisa per lo smaltimento, s’allungherebbero a dismisura i piani di lancio degli impianti futuri.
Giovedì pomeriggio, nuovo exploit: il Consiglio di Stato (il secondo grado del Tar) ha cancellato lo stop dopo aver ricevuto al mattino il ricorso del gestore, dando nuovamente via libera. Una decisione-lampo presa senza interpellare le associazioni ambientaliste (che avevano vinto il primo round tramite l’avvocato Mattia Crucioli) e adottata «per motivi di gravissima urgenza». Un segno, inequivocabile, di quanto sia importante su scala nazionale la partita energetica iniziata in un piccolo centro di campagna. Perché se passa lì la filosofia delle discariche provvisorie, è probabile si riesca a farle anche altrove.
INEVITABILI DOMANDE. Il decreto ministeriale su Bosco Marengo, salvato in corner dal Consiglio di Stato, era (ed è) un blitz per velocizzare attraverso una porta di servizio la politica dello smaltimento a macchia di leopardo, che la legge in teoria esclude? Ancora: quanto sarebbe «temporanea» la presenza dei rifiuti nucleari sepolti qua e là? C’è un ultimo dettaglio. A partire dal 2020, l’Italia dovrà riprendersi tonnellate di materiali radioattivi spediti in Francia. Se non avranno ancora trovato il Deposito unico, chi si dividerà la torta francese?
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SOGIN GESTISCE, anche, l’ex Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo. Dove la gente del posto, nel triennio precedente (’96-’99) si era già mobilitata per dire no alla trasformazione in un polo di trattamento rifiuti. «Dentro la fabbrica – ricorda Giulio Armano, ambientalista allora come oggi – c’era ancora un centinaio di dipendenti (attualmente sono 40) e ci colpì la difficoltà nell’ottenere informazioni». Riprendiamo quindi dalla Sogin e dalla necessità di smantellare in tutt’Italia. Il vicolo cieco da cui non si esce è il Deposito Nazionale dei residuati radioattivi. Dove si fa? Nel 2003 (secondo governo Berlusconi) sembra quasi fatta per Scanzano Ionico, Basilicata. La zona è considerata sicura, circondata da saline che potrebbero rappresentare la tomba “ideale” delle scorie. E va ricordato che molti studiosi considerano lo smaltimento come la parte meno pericolosa. Fra loro Piero Risoluti, direttore fino al 2001 della speciale task force dell’Enea per determinare il sito unico. In un passaggio del suo libro “I rifiuti nucleari: sfida tecnologica o politica?” (2003, Armando editore) spiega che le decisioni sono ormai schiave della ricerca di consenso, e non più «affrontate con criteri razionali e obiettivi». I fatti sembrano dargli ragione. Dopo una serie di sollevazioni popolari a Scanzano, il 24 dicembre 2003 passa una nuova legge (sempre Berlusconi primo ministro): il Deposito nazionale dev’essere trovato e realizzato entro il 31 dicembre 2008, ma non si dice dove. Le prescrizioni sono tuttavia precise: va scelto con criteri ben diversi da quelli che ispirarono la collocazione del nucleare negli anni ’70. Dovrà insomma essere lontano dalle case, e su un territorio dove la pioggia non fa troppi danni.
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Ovvio che se si demoliscono una centrale o un punto di stoccaggio, ma non si sa dove smaltire le scorie, bisognerà farlo sul posto. Il ministero, nel corso degli anni, argomenterà senza troppi giri di parole il “Piano B”, che tecnicamente è in contrasto con la legge: «Lo riteniamo giustificato per la mancanza di una soluzione alternativa». Bosco Marengo è dunque il primo insediamento candidato a trasformarsi in discarica «temporanea», quello dove si potrebbe passare più in fretta dalla teoria alla pratica per poi dedicarsi al resto.
Non è il più pericoloso: Saluggia, a cinquanta chilometri, contiene materiali dalla radioattività un milione di volte superiore. E anche lì, come a Trino Vercellese, è stato avviato l’iter per la “metamorfosi”, ma la procedura è assai macchinosa. Ci vuole insomma un grimaldello, e se passasse il restyling di Bosco per il governo sarebbe l’ideale. Gian Piero Godio è il presidente di Legambiente Piemonte. E spiega: «La nascita dei depositi temporanei è folle. Alcuni luoghi sono completamente inadeguati, tipo Saluggia dove c’è stata un’alluvione nel 2000. E poi, quanto sarebbero provvisori? Quanto costa seppellire momentaneamente i rifiuti, poi ri-tirarli fuori e portarli da un’altra parte in futuro? Si può credere che andrà davvero così?».
Il ministero deve accelerare e Bosco rappresenta l’anello più debole della catena, la bandierina da piantare a tutti i costi per velocizzare un minimo il rilancio del nucleare di nuova generazione. Non ci sono più barre, ma “solo” 80 tonnellate di ossido di uranio stipate in 550 fusti: da un capannone sigillato, li dovrebbero “tombare” nel cemento.
IN QUESTA PARTITA pure gli enti locali, che per sopportare il fardello del post-nucleare ricevono dei contributi, potrebbero giocare un ruolo determinante. Regione (presidente Mercedes Bresso, centrosinistra), Provincia (presidente Paolo Filippi, centrosinistra) e Comune (sindaco Angela Lamborizio, lista civica appoggiata dal centrodestra) interpellati a titolo consultivo si definiscono «favorevoli» alla discarica provvisoria. Il loro assenso è basato sulla certezza che entro il 2020 (ricordiamo: rientro dalla Francia di altri rifiuti) le scorie finiranno altrove. E ribadiscono che così come sono, in superficie da una vita, risultano assai più pericolose che se fossero nel cemento. «La dismissione- insiste il sindaco - è già iniziata, interromperla ora espone a pericoli per la salute».
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Commenti inseriti 1 — pagina 1 di 1
Dopo aver letto qui ed altrove determinati elementi,posso senza dubbio asserire che tutta questa FRETTA di creare centrali nucleari e' legata al difficile momento del governo Berlusconi.
Chessenedica, la gente oramai non crede piu' alle promesse farlocche del premier,c'e' chi non ci crede da sempre e chi ci credera' sempre, anche contro evidenze e buon senso.
Ma tutti gli altri sono molto disillusi e il tempo passa.
Gli interessi in gioco,quelli dei mafiosi per lo piu', sono molti e il nostro governo, prono e chino a 90 con la malavita,DEVE fare presto prima che le cose cambino e QUALCUNO li faccia cadere,magari incarcerandoli per i loro misfatti.
Si costruisce di tutto, in fretta,case di cui non si ha bisogno,termoCOSI inutili e dannosi per la salute del cittadino e siti di stoccaggii per rifiuti di CENTRALI NUCLEARI.
Cemento...cemento e morte con leggi ad hoc per superare qualsiasi imprevisto.
Che schifo...spero paghino per quello che stanno facendo a tutti noi.
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