Qualcuno ha provato a immaginare – e a calcolare – per quanto tempo, per quanta distanza, Usain Bolt terrebbe la testa in caso di partenza in linea con Valentino Rossi. A occhio, tra i trenta e i quaranta metri: un corpo si accende più in fretta di una moto. Dopo, lasciamo perdere.
Bolt vince il sondaggio del Secolo XIX sul campione del 2008. Ne aveva vinti altri: scegliendo fior da fiore, numero 1 per l’Equipe, per la Giamaica (scontato...), per l’associazione mondiale dei giornalisti sportivi, per la federazione internazionale di atletica. Ora, anche per i lettori del Secolo. Vittoria chiara, non agevole: bene riconoscerlo.
Subito dopo il lancio del sondaggio, nei giorni che hanno seguito Natale, Valentino è uscito dalle prime curve e ha dato gas offrendo un breve sorpasso, con margine attorno allo 0,2%. La risposta dei fans di Usain è stata immediata: un’accelerazione, qualche passo dei suoi, aprendo un compasso da 2,70, e il controsorpasso ha chiuso la giornata di confronto, asettico e caldo.
Bolt e Rossi, nomi brevi, buoni per i titoli, quelli dei giornali, quelli conquistati. Usain deve avere un conto aperto – e vincente – con chi porta addosso il numero 8: con otto medaglie d’oro strappate in fondo a una settimana di fatiche acquatiche, Michael Phelps supera Mark Spitz annata ‘72 e mette le mani su uno spropositato raccolto ma non riesce ad aver la meglio sul giamaicano no limits in una bella serie di classifiche. Rossi piazza sui riccioli l’ottava corona ma Lampo ha la meglio su Rombo.
Perché anche chi segue l’atletica soltanto ai Giochi, non può che rimanere sconvolto, abbagliato, da quella macchina perfetta e allegra e sorridente, dal danzatore più veloce, dal buontempone, da chi è stato accusato – a torto da Jacques Rogge, pallido sovrano dello sport mondiale - di aver dileggiato gli avversari, colpevole solo di aver detto al mondo dentro il Nido d’Uccello e a quello enorme che stava là fuori, che lui era arrivato. E questo capitava sui 100, la sua sera stordente, l’alba di qualcosa di nuovo. E poi sono venuti i 200 corsi senza traccia di guasconeria, sino in fondo, a testa quasi bassa, e poi la mostruosa frazione in staffetta e i raggi sono stati così violenti da bruciare il passato, da rimpicciolirlo. Era uno sfogliare sacri testi, in quei giorni, era un ricordare e nessuno, nell’opera di rallentamento della lancette, poteva stargli accanto: né Owens, né Morrow né Lewis, pokeristi e triplettisti dentro il recinto dei Giochi. Perché lui aveva scalato la montagna più alta, tre volte, in pochi giorni e alla massima velocità. Sempre lieve, senza confini. E tutti erano lieti di aver avuto questi record in sorte, da spettatori, da incaricati di riferirne. Impossibile disperderne la sensazione forte e il ricordo, anche ingiallito.
Michael Johnson era ed è stato diverso: un macchinone nero e cromato che sfrecciava nella notte e che concesse una lacrima, enorme ma una sola. Bolt è luce, un fascio, è ambizione non aggressiva che si abbatte sul futuro. «Potrei pensare anche ai 400, ma quello è un record durissimo. Va bene, riparliamone nel 2010». È il leprone che tutti vogliono inseguire ma la muta sembra stanca ancora prima di cominciare. E’ l’obiettivo delle sfide più singolari: «Per Londra 2012 potrei lavorare sodo e provare a batterlo»: il guanto arriva da Rajon Rondo, il playmaker dei Boston Celtics, un ballerino che abita per aria come ci abitava Rudolf Nureyev il tartaro.
Pechino batte tutti. Ed è quindi naturale che Yelena Isinbayeva abbia avuto più consensi di Lewis Hamilton. Ancor di più Federica Pellegrini.
Un penultimo NB, nota bene: nuoto nelle posizioni nobili, com’è giusto per quello che è accaduto, in Casa Italia e nel mondo di Michael il Sovrumano. E Valentina Vezzali quinta: un omaggio a mamma fioretto (l’etichetta ormai le rimarrà addosso), alla poliziotta che svela sempre al solito modo tutte le trame, anche le più intricate: quella di Pechino era intricatissima.
Un ultimo NB: chi ha votato, ama, guarda, legge lo sport. Quello delle Olimpiadi, dei motori, di tutto quel grosso resto che significa tennis, ciclismo, rugby. Il calcio, per una volta, se ne va con le ossa rotte: il Manchester United avrà anche messo assieme la tripletta Inghilterra-Europa-Mondo, Cristiano Ronaldo sarà anche l’attuale padrone del Pallone d’Oro, la Spagna avrà anche scacciato antichi spettri conquistando finalmente un titolo importante, ma Diavoli Rossi e Furie Rosse si dividono il 6%. L’effetto dell’anno olimpico. Può darsi. Come ha detto Bolt, riparliamone nel 2010.
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